sabato 28 giugno 2008

Leishmaniosi: ANMVI no a isterismi mediatici

In relazione all'allarmistica notizia riguardante i cani affetti da leishmaniosi riportata il 24 giugno da un'agenzia giornalistica nazionale e già ridimensionata dalla LAV, ecco la smentita raccolta dall'ANMVI (Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani).
Il dottor Roberto Romi, primo ricercatore dell'Istituto Superiore di Sanità, non si riconosce nelle dichiarazioni che la stampa gli ha attribuito in queste ore in fatto di Leishmaniosi canina.
Il lancio di una agenzia di stampa nazionale ha innescato ieri un tam tam allarmistico su radio e giornali, secondo il quale "il miglior amico dell'uomo potrebbe essere anche il piu' pericoloso", proprio a causa della malattia che - sempre secondo le agenzie- "puo' essere letale sia per gli immuno-depressi, sia per i bambini". Ma Romi, presente ieri al convegno Sanit, il forum internazionale della Salute in corso a Roma, non ha mai rilasciato interviste né fatto dichiarazioni attribuibili solo ad una superficiale cronaca giornalistica su una materia scientificamente complessa.
Contattato dall'ANMVI, Roberto Romi ha precisato questa mattina che "la posizione ufficiale dell'ISS è contenuta nel Rapporto ISTISAN n.12/2004 "
Linee per il controllo del serbatoio canino della leishmaniosi viscerale zoonotica in Italia""Non possiamo accettare che la materia scientifica sia troppe volte trattata senza competenza e con il gusto dell'allarmismo mediatico facile - dichiara il Presidente dell'ANMVI Carlo Scotti, che aggiunge: "tutto questo non è rispettoso della ricerca scientifica nazionale e dei progressi della medicina veterinaria".
A proposito della leishmaniosi, il Presidente dell'ANMVI precisa: "Se è vero che questa zoonosi per la tropicalizzazione del nostro clima si è ormai diffusa in tutte le aree del nostro paese, con percentuali di cani infetti, in alcune aree, anche molto elevate, è altrettanto vero che il rapporto tra il cane e l'uomo va improntato ad una maggiore serenità sulla base degli interventi che oggi la scienza veterinaria è in grado di offrire. Nell'ambito della più grande Società scientifica della veterinaria nazionale, la SCIVAC, è attivo un
Gruppo di Studio sulla Leishmaniosi Canina i cui studi dimostrano che un cane di proprietà, sottoposto a regolari ed adeguate cure veterinarie non solo non mette a rischio i familiari, ma può addirittura avere una buona qualità di vita".
Nei cani senza proprietario, il problema è strettamente collegato ad un efficiente controllo del fenomeno del randagismo. Spiega il dottor Luigi Gradoni, Dirigente di ricerca del Dipartimento di malattie infettive parassitarie e immunomediate dell'ISS, che adeguati interventi di prevenzione e di controllo nei canili consentono di rilevare situazioni ottimali: "esiste una casistica di numerosi cani in buona salute clinica pur con dichiarata leishmaniosi e che vengono comunque adottati, perché la sensibilità, anche nelle zone endemiche, è cresciuta e chi adotta sa come comportasi. Anche se in casa c'è un anziano o un bambino". Il cane leishmaniotico, aggiunge Gradoni, "non è un cane da nascondere e questa malattia non è più un tabù". Rispetto ad anni fa, in cui la malattia non conosceva adeguate soluzioni di intervento, anche l'opzione della soppressione va messa in secondo piano. "Nelle Linee Guida dell'ISS non troviamo indicazioni di abbattimento- conclude Gradoni- l'eutanasia non è una misura di prevenzione e va ormai considerata solo per il benessere dell'animale e solo in alcuni casi limite (
Anmivioggi)

26/06/08 - http://www.lav.it

La leishmaniosi è curabile, pericolosi gli allarmismi -

Nel corso di un convegno al Sanit, Roberto Romi, dell’Istituto Superiore di Sanità ha dichiarato che la legge prevede l’abbattimento degli animali affetti da leishmaniosi. “Le affermazioni di Romi rappresentano un’istigazione a delinquere”, commenta Gianluca Felicetti, presidente LAV e spiega che “l’articolo 2 comma 2 della Legge 281 del 1991 sugli animali d’affezione prevede come casi possibili di soppressione di cani in canili solamente ‘l’incurabilità’ o una situazione di animali ‘gravemente malati' ".Le Linee guida per il controllo del serbatoio canino della leishmaniosi in Italia - che rappresentano il vero e proprio documento ufficiale sulle modalità di rilevamento e gli interventi con cui affrontare questa zoonosi - prevedono la terapia e non la soppressione degli animali e stabiliscono che il problema va affrontato attraverso la sorveglianza attiva dell’infezione canina nel territorio, la terapia dei soggetti infetti e l’utilizzo di misure antivettoriali per il controllo della trasmissione. “C’è un altro aspetto che non deve essere affatto sottovalutato“ aggiunge Ilaria Innocenti, corresponsabile settore Cani e gatti LAV, “ed è che la legge 281/91 già norma l’eutanasia e, grazie alla sua flessibilità, è al passo con i progressi della medicina veterinaria”. La LAV non ritiene né etica e né giuridicamente corretta l’introduzione di una norma che definisca i casi specifici nei quali un veterinario è obbligato a procedere. Ciò contrasterebbe anche con il codice deontologico dei medici veterinari. Il nuovo Codice infatti, introduce l’importante concetto della promozione del rispetto degli animali e del loro benessere in quanto esseri senzienti, e ribadisce che i medici veterinari devono agire secondo scienza e coscienza. Agire secondo scienza e coscienza significa - in base al Codice Deontologico - che il comportamento del professionista deve essere inteso come l´espressione di quel delicato equilibrio che il Medico Veterinario assume caso per caso nelle scelte cliniche, tra il bagaglio scientifico collettivo e individuale e le personali convinzioni morali. Un obbligo di procedere all’eutanasia stabilito per legge potrebbe quindi andare nella direzione di negare la libertà di scelta dei medici veterinari. La LAV invita Romi a pesare i suoi interventi, anche alla luce dell'effetto che simili allarmismi possono creare in chi vive con gli animali. Il fenomeno dell’abbandono in Italia è grave e non deve essere creato un clima di sospetto che potrebbe favorirlo.
La leishmaniosi è una malattia curabile e non giustifica l’uccisione dei cani che l’abbiano contratta. Dati emersi da uno studio effettuato nel canile del comune di Terracina (Latina) nell’arco temporale 1997-2003, solo per fare un esempio, dimostrano come attraverso l’applicazione di misure di profilassi individuale e ambientale si sia ottenuta una diminuzione annuale progressiva dell’incidenza della malattia. La leishmaniosi può essere tenuta dunque sotto controllo mediante il controllo e la cura degli animali affetti dalla patologia, e una corretta educazione sanitaria della popolazione.


25/06/08 - http://www.lav.it

venerdì 27 giugno 2008

L'importante è avere gli "allarmi" sempre a portata di mano

Il premio dell'allarme della settimana lo attribuisco a quelle agenzie che hanno riportato la seguente dichiarazione attribuita al Dr. Roberto Romi

[...] Il miglior amico dell’uomo potrebbe essere anche il più pericoloso. Ne ha parlato nel corso di un convegno al Sanit ( il forum internazionale della Salute, in programma dal 23 al 26 giugno al palazzo dei Congressi- Eur) Roberto Romi dell’Istituto Superiore della Sanità. Un recente studio condotto dall’istituto zooprofilattico di Roma ha infatti stabilito che il 40% dei cani presi a campione, nel Lazio, è affetta da leishmaniosi, una malattia che attraverso dei specifici vettori, ossia degli insetti, può essere trasmessa agli uomini fino ad ucciderli.
“Il problema non è da sottovalutare perché questa malattia può essere letale sia per gli immuno-depressi, sia per i bambini. Un’alta percentuale di cani soffre di leishmaniosi, la legge prevede il loro abbattimento eppure – prosegue Romi – continuano a circolare liberamente”. Ogni anno in Italia si registrano 100 casi di trasmissione da animale a uomo, la zona più colpita è il meridione, ma per via dei cambiamenti climatici in atto nel nostro Paese, i nuovi casi si stanno verificando anche al nord. [...]

giovedì 26 giugno 2008

Roma, 8 luglio, manifestazione in piazza del Pantheon. Passaparola!

Colombo, Pardi, Flores d’Arcais: tutti in piazza contro le leggi-canaglia

Care concittadine e cari concittadini,il governo Berlusconi sta facendo approvare una raffica di leggi-canaglia con cui distruggere il giornalismo, il diritto di cronaca e l’architrave della convivenza civile, la legge uguale per tutti.
Questo attacco senza precedenti ai principi della Costituzione impone a ogni democratico il dovere di scendere in piazza subito, prima che il vulnus alle istituzioni repubblicane diventi irreversibile.
Poiché il maggior partito di opposizione ancora non ha ottemperato al mandato degli elettori, tocca a noi cittadini auto-organizzarci. Contro le leggi-canaglia, in difesa del libero giornalismo e della legge eguale per tutti, ci diamo appuntamento a Roma l’8 luglio in piazza del Pantheon alle 18, per testimoniare con la nostra opposizione – morale, prima ancora che politica – la nostra fedeltà alla Costituzione repubblicana nata dai valori della Resistenza antifascista.
Vi chiediamo l’impegno a “farvi leader”, a mobilitare fin da oggi, con mail, telefonate, blog, tutti i democratici. La televisione di regime, ormai unificata e asservita, opererà la censura del silenzio.
I mass-media di questa manifestazione siete solo voi.

On Furio Colombo
Sen. Francesco Pardi
Paolo Flores D’Arcais

26 giugno 2008 - http://temi.repubblica.it/micromega-online

venerdì 20 giugno 2008

Sicurezza: l’ossessione clandestini e il silenzio sulle violenze in famiglia - di Pancho Pardi

Al Senato, Commissioni Affari Costituzionali e Giustizia riunite, la maggioranza fa passare un decreto legge sulla sicurezza. Ma la visione che la maggioranza ha sulla sicurezza dei cittadini è davvero strabica. Il problema maggiore, quasi l'unico, è quello dei clandestini, visti come la causa principale di tutti i più gravi problemi di ordine pubblico. I costruttori di paura, che hanno in mano la massima parte dei mezzi di comunicazione, riescono ad affievolire, fino a far scomparire, la rilevanza imponente della criminalità italiana, in cui oltre ai numerosi soggetti spontanei e individuali spicca una rete di multinazionali del crimine particolarmente efficiente.E ingigantiscono il ruolo della criminalità degli immigrati. Così l'immigrazione clandestina diventa essa stessa reato, e la condizione di immigrato clandestino un'aggravante di pena per i suoi eventuali reati. Incuranti del dettato costituzionale, i costruttori di paura immaginano di poter mettere circa seicentomila persone in galere già oggi quasi al limite della loro ricettività. E non vogliono chiedersi chi pagherà il loro mantenimento in prigione.Ma sui reati in famiglia e sulla violenza alle donne e ai minori distolgono lo sguardo. Nel 2006, un milione e centocinquantamila donne hanno subito violenze. E il Rapporto sulla criminalità dello stesso Ministero degli interni documenta che "Le violenze fisiche sono state commesse dal partner nel 62,4 per cento dei casi, le violenze sessuali nel 68,3 per cento dei casi, gli stupri nel 69,7 per cento dei casi".Ma i cultori della sicurezza hanno rinviato ad altra occasione il momento per affrontare questo decisivo capitolo di sicurezza mancata nel mondo nascosto delle famiglie italiane.

12 giugno 2008 - http://temi.repubblica.it/micromega-online/

giovedì 19 giugno 2008

... ma ne vale davvero la pena? - by Augusto Druso


Oggi voglio raccontare una storiella avvenuta in una parte qualsiasi dell'Italia, in una qualsiasi situazione e con persone qualsiasi.

Luogo: Italia, in un bar.
Attori: avventori e personale del bar.
Situazione: commenti al telegiornale delle 13:00.
Narratore: uno degli avventori.

"Sono da poco passate le 13:00 e come tutti i giorni inizio a sentire la necessità di mettere qualcosa sotto i denti. La scelta cade su qualcosa di fresco, uno yogurt, un frullato, una bibita.
Appena varcata la soglia del locale, perfettamente condizionato in questo primo giorno d'estate, la discussione è animatissima tra tutti i clienti del bar mentre una giornalista sta chiudendo il suo servizio nel TG in uno splendente televisore. Nella bolgia dello scambio di opinioni generato da quel fatto di cronaca mi colpiscono alcune affermazioni: "... ma cosa ci è andato a fare lì ... già lo hanno messo sotto scorta ... è andato a provocare ... allora vuole proprio farsi ammazzare ...". Conoscendo molti dei partecipanti dell'insolita tifoseria senza pallone, da me ritenute brave ed oneste persone, lavoratori indefessi, mi faccio avanti e chiedo cosa stia provocando tale reazione e soprattutto come ha potuto un soporifero telegiornale di mezza giornata avere un effetto così eccitante e decisamente contrario alla sua vocazione. Mi viene subito risposto in coro: "... quello che ha scritto il film ... quello che ha fatto il libro ... Gommora ... 16 ergastoli ... no, non doveva proprio andarci, non è corretto (?!?) ...".
A fatica risalgo alla notizia: c'è stata da poco la sentenza di appello del processo Sparatcus sul clan dei casalesi; sono state inflitte o confermate, le 16 condanne all'ergastolo. E gli avventori di cosa stavano discutendo? Non della sentenza quasi storica che confermava tutta l'istruttoria, non della piaga delle mafie e delle camorre, ma della presenza provocatoria di Roberto Saviano alla lettura delle sentenze!!
Mi siedo e con lo stomaco sottosopra, forse più per lo yogurt che per le affermazioni, continuo a vedere il TG che passa circa 10 min. di notizie sulla sicurezza, su stupri su donne ed un "approfondimento" sulle molestie telefoniche che circa il 20% del sesso gentile, secondo il servizio, è costretto a subire. Ovviamente il pubblico ancora caldo, sarà l'effetto dell'afa dei primi 30 gradi stagionali, si indigna e si lancia in proclami di morte per coloro che commettono tali reati. Il servizio termina con una graziosa, ma graziosa davvero, intervista all'illustre ministro non so di cosa On. Garfagna, che dice che le pene per le molestie telefoniche alle donne sono state duramente inasprite. Tra il tripudio e le ovazioni dei clienti a questa iniziativa, il giornalista conclude che le pene sono state portate a ben 4 anni di reclusione per chi delinque con simile reato.
E qui si è sfiorato il dramma: veramente disorientato da quanto stava accadendo, nel vedere quel delirio collettivo di una decina di brave ed oneste persone e lavoratori che osannavano a pene di morte e anche qualcosa di più, in quell'orgia di approvazione delle durissime pene in clima da ultras da stadio, ho azzardato a fare la seguente battuta: "Come è possibile scoprire il reato di molestia telefonica e di conseguenza istituire un processo, se per reati condannabili sotto i 10 anni di reclusione non sono consentite le intercettazioni telefoniche?"."

Il resto della storia provatelo ad immaginare voi.

La cosa per me agghiacciante è che il povero Saviano è stato additato come fosse lui il responsabile del processo e dei problemi di criminalità organizzata. Per lui nessuna solidarietà. Era meglio che non avesse scritto nulla è stato un altro dei commenti più delicati nei suoi confronti.
Poi alle notizie altrettanto aberranti dei crimini contro le donne sono partite le invettive contro il delinquente di turno, senza sapere chi fosse. Nessun commento che le pene siano state "elevate" soltanto adesso, come se i reati contro le donne non fossero da conserarsi crimini.

Quello che chiedo a tutti voi, a Roberto Saviano, a Marco Travaglio è: vale davvero la pena prendersi la briga e di rischiare la vita, la galera o una semplice aggressione verbale anche se in nome della democrazia e della libertà per tutti? Anche per la parte più becera e cavernicola di questa povera Italia?

Augusto Tiberio Druso

Impregilo, due o tre cose che so di lei - di Zeno Leoni


Nell'aprile scorso questa grande società per azioni italiana si è aggiudicata l'appalto per la costruzione dell'uscita ad ovest del porto di Ancona. Come i cittadini sanno, l'uscita è un'infrastruttura che ha lo scopo di sgravare il porto dall'eccessivo traffico di mezzi pesanti provenienti da Grecia, ex Jugoslavia e Turchia, una parte della città e della sua periferia. Il progetto è stato ampiamente criticato da cittadini che non vorrebbero affacciarsi dal terrazzo di casa e trovarsi di fronte una sopraelevata. Ma questa è un altro aspetto della vicenda.
Piuttosto, molti anconetani non sanno quale sia il recente trascorso dell' Impregilo, società dal fatturato di 2,627 miliardi di euro nel 2007, scelta dal consiglio di amministrazione dell'Anas di Roma come promoter per l'avvio del project financing dell'uscita ovest del porto della città.
Ponte sullo stretto - Il principale general contractor italiano nel settore delle grandi opere, si aggiudicò nell'ottobre del 2005 la gara internazionale per la realizzazione del ponte sullo Stretto, guidando una cordata di imprese, internazionali anch'esse.
Quest'opera come si poteva immaginare si è dimostrata una vera e propria patata bollente per chiunque intenda farci dei guadagni.
Il 4 novembre del 2005 la “Direzione investigativa antimafia” denuncia che “Cosa nostra tende a rafforzare la propria maglia invasiva con interventi volti a tentare di interferire anche sulla realizzazione di grandi opere d'interesse strategico nazionale, quale ad esempio il ponte sullo stretto”.
Sul progetto si aprono due inchieste.
Una riguarda l'impatto ambientale sul territorio, materia sulla quale l'Unione europea si era già espressa avviando una procedura d'infrazione già il 25 ottobre, poiché lo studio del Governo “non è stato fatto correttamente”. L'altra inchiesta condotta dai Pm di Monza, Pizzi e Mapelli, riguarda invece direttamente l'Impregilo.
La procura si mosse a seguito dell'intercettazione telefonica di una conversazione tra l'economista ed editorialista del Foglio e del Giornale Carlo Pelando e Paolo Savona, all'epoca presidente della multinazionale.
Gli investigatori stavano registrando le conversazioni dei vertici di Impregilo nell'ambito di un'inchiesta per falso in bilancio e false comunicazioni sociali , nella quale sono indagati a vario titolo Paolo Savona e Pier Giorgio Romiti, figlio dell'ex presidente di Fiat.
Nella telefonata Pelanda sostiene di essere stato rassicurato da Marcello Dell'Utri circa la vittoria della società di Savona, cosa che è poi avvenuta e che un bookmaker siciliano, esperto in scommesse sulle gare d'appalto dava favorita da tempo.
In effetti il 13 ottobre la gara è stata vinta da Impregilo. Quando gl'investigatori chiedono a Savona che cosa c'entrasse Dell'Utri, lui risponde che “Pelanda mi stava spiegando che noi eravamo obbiettivamente i favoriti”. L'economista conosceva bene il senatore di Forza italia, visto che era stato presidente dei circoli del “Buongoverno”. Dunque, la vittoria della gara d'appalto fu una coincidenza? Mistero.
Ad ogni modo le magagne giudiziarie della società che dovrà lavorare per l'uscita ad ovest del porto di Ancona non finiscono qui.
Rifiuti – Nell'anno 2000 la Fibe (sigla ottenuta dai nomi delle imprese
Fisia , Impregilo, Babcock, Evo Oberrhausen ) si aggiudicò l'appalto statale per l'intero ciclo di raccolta e smaltimento industriale dei rifiuti della regione Campania .
Notare bene, Fibe e Fibe Campania sono aziende del Gruppo Fisia, a sua volta controllata al 100% da Impregilo. Uno dei principali motivi per cui l'appalto fu vinto dal Gruppo Impregilo riguardò il ridotto tempo di realizzazione degli impianti di incenerimento. I tempi di realizzazione dell'
inceneritore di Acerra contrattualizzati erano di 300 giorni. Attualmente l'inceneritore non è ancora concluso.
Il 27 giugno 2007 il gip del tribunale di Napoli, accogliendo le richieste che erano state formulate dalla procura, deposita un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti degli esponenti del commissariato straordinario per l'emergenza e delle società responsabili degli impianti per lo smaltimento dei rifiuti (Impregilo, Fibe, Fibe campania e Fibe italimpianti).
L'ordinanza contiene accuse durissime: le imprese sono accusate di aver operato una “truffa aggravata ai danni dello stato e frode in fornitura”. Tra i 28 indagati figurano i vertici dell'Impregilo Piergiorgio e Paolo Romiti, ex resposabili del gruppo delle società che hanno operato in Campania fino al gennaio 2006 come gestori dello smaltimento.
La magistratura di
Napoli decide di congelare i conti correnti italiani del gruppo Impregilo, per un valore di 750 milioni di euro. Poi nel maggio 2008 vengono arrestate 25 persone, fra cui Massimo Malvagna, amministratore delegato di Fibe S.p.a., con varie accuse connesse al traffico dei rifiuti.
E' sufficiente tutto ciò, per accendere un campanello d'allarme tra i cittadini anconetani?


19/06/08 - http://www.megachip.info

mercoledì 18 giugno 2008

SALTANO ANCHE I PROCESSI DEL G8? INTERVENGA NAPOLITANO


COMITATO VERITA' E GIUSTIZIA PER GENOVA
www.veritagiustizia.it - info@veritagiustizia.it

comunicato stampa

Sembra che il cosiddetto decreto salva Berlusconi, fra i suoi vari effetti collaterali, abbia la sospensione dei processi in corso contro agenti, funzionari e dirigenti delle forze dell'ordine per i fatti del G8 di Genova del 2001. Sarebbe una beffa, dopo sette anni di indagini e udienze, e un atroce atto di ingiustizia per le centinaia di vittime degli abusi compiuti nella caserma di Bolzaneto e nella scuola Diaz e per tutti i cittadini democratici. Sarebbe un atto così grave, che stentiamo a credere che possa davvero compiersi.

Com'è noto, i procedimenti giudiziari sono alla vigilia della sentenza di primo grado: quella per i maltrattamenti inflitti ai detenuti nella caserma di Bolzaneto, riguardante 45 agenti, è stata messa in calendario per il prossimo mese di luglio; quella per i pestaggi, le falsificazioni, gli arresti arbitrari alla scuola Diaz, riguardante 29 funzionari e dirigenti di polizia, è attesa per novembre.

Se davvero il parlamento decidesse di bloccare questi delicati processi, saremmo di fronte a un atto sostanzialmente eversivo: si impedirebbe alla magistratura di fare la sua parte (almeno in primo grado) in merito ad eventi che hanno segnato una gravissima caduta dello stato di diritto, gettando discredito sulle nostre forze dell'ordine e sull'intero ordinamento democratico italiano.

Si impedirebbe a centinaia di persone, vittime degli abusi nella caserma di Bolzaneto e nella scuola Diaz, di aspirare a un risarcimento morale attraverso la giustizia; si impedirebbe a tutti i cittadini di recuperare fiducia nella legalità costituzionale, che a Genova fu sospesa e che il parlamento si appresta ad accantonare.

Ci appelliamo al presidente della Repubblica, garante della Costituzione, affinché ci risparmi questo scempio.

Genova, 17 giugno 2008
Comitato Verità e Giustizia per Genova

info: Lorenzo Guadagnucci 3803906573 Enrica Bartesaghi 3316778150

Il LONFO, ultimo baluardo alla censura!!


Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s'archipatta.

E' frusco il Lonfo! E' pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.

Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;

e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t' alloppa, ti sbernecchia; e tu l'accazzi.

Fosco Maraini

In compagnia di Madame Bovary


Per molti, la vita senza il bovarismo sarebbe un orrore. Quando gli uomini si vedono diversi da quello che sono davvero, quando immaginano di trovarsi in una condizione diversa da quella reale, evitano sì il tragico, ma sorvolano su ciò che realmente sono. Io non disprezzo i credenti, non li trovo né ridicoli né penosi, ma temo che preferiscano rassicuranti finzioni infantili alle crudeli certezze degli adulti. Meglio le rassicurazioni della fede che le inquietitudini della ragione - anche al prezzo di un eterno infantilismo mentale: ecco un gioco di prestigio metafisico a un prezzo mostruoso!
Perciò avverto quello che sempre sale dal più profondo di me stesso quando mi trovo davanti a un evidente caso di alienazione: compassione per le vittime dell'inganno, ma insieme una collera violenta contro coloro che continuamente le ingannano. Non l'odio per chi si inginocchia, ma la certezza di non scendere mai a patti con coloro che li spingono in questa posizione umilinate e ve li tengono. Chi potrebbe disprezzare le vittime? Ma come non combattere i carnefici?
La miseria spirituale genera la rinuncia a sé; essa è all'origine delle miserie sessuali, mentali, politiche, intellettuali e quant'altro. E' strano come lo spettacolo dell'alienazione del prossimo faccia sorridere colui che non si accorge della propria. Il cristiano che mangia pesce di venerdi sorride del musulmano che non mangia carne di maiale, il quale a sua volta si burla dell'ebreo che non mangia crostacei. L'ebreo fondamentalista che dondola davanti al Muro del Pianto guarda con stupore il cristiano genuflesso su un inginocchiatoio, mentre il musulmano stende il tappeto in direzione della Mecca. Tuttavia nessuno conclude che la pagliuzza nell'occhio del vicino è identica alla trave nel proprio . E che sarebbe meglio estendere lo spirito critico, così pertinente e sempre benvenuto, quando si tratta degli altri, anche alla propria condotta.
La credulità degli uomini supera l'immaginazione. il loro desiderio di non vedere ciò che è evidente, il bisogno di uno spettacolo più divertente, anche se dipende dalla più assoluta delle finzioni, la loro volontà di accecamento non conoscono limiti. Meglio favole, finzioni, miti, storie per bambini, che assistere alla scoperta della crudeltà della realtà e riconoscere l'evidente tragicità del mondo. Per scongiurare la morte, l'homo sapiens la congeda. Per evitare di dover risolvere il problema, lo cancella. Dover morire riguarda solo i mortali: il credente, lui, ingenuo e sciocco, sa di essere immortale, che sopravviverà all'ecatombe planetaria. [...]

Michel Onfray - Trattato di Ateologia - Fazi Editore

martedì 17 giugno 2008

Sicilia: condannato per "stampa clandestina on line" - di Norma Ferrara


Una Sentenza del Tribunale di Modica da vita ad un precedente nazionale ed europeo che limita la libertà di espressione su web.

Li chiamavamo blog e invece oggi scopriamo che "sono" stampa clandestina. E’ questa la storia che arriva dal tribunale di Modica (Rg) attraverso la sentenza shock che condanna Carlo Ruta, autore di numerose inchieste "di peso" ad una pena pecuniaria per il reato di stampa clandestina, contestandogli "la periodicità" dell' aggiornamento e la mancata registrazione di un sito di documentazione storico – sociale; ritenendo, in sostanza, il suo www.accaddeinsicilia.net un sito d’informazione di tipo giornalistico privo di adeguata gerenza.

Attualmente gestore del sito
www.leinchieste.com nel quale sono confluiti gran parte dei materiali del primo sito, oscurato tre anni fa, Carlo Ruta vive e lavora nello “zoccolo duro” della Sicilia, la provincia di Ragusa e con il suo lavoro ha contribuito a far luce su molti casi bui della Sicilia e non solo; con lui abbiamo cercato di capire i contorni strani e inattesi di questa sentenza che arriva come una doccia fredda, nell’epoca ormai consolidata, dei blog di approfondimento, informazione e denuncia:

Carlo, quando è iniziato questo iter giudiziario e perché?

Questa storia comincia tre anni e mezzo fa con l’oscuramento del sito
www.accaddeinsicilia.net, contestualmente viene fatta una denuncia da parte di un magistrato di Ragusa, (Agostino Fera, ndr) e l’iter ha inizio prima presso il Tribunale di Ragusa, poi presso la procura di Messina. Sono stato rinviato a giudizio un anno e mezzo fa ed il procedimento, in ultima istanza, è stato spostato al Tribunale di Modica ed io ho affidato la mia difesa ad un avvocato della stessa città. Sinceramente speravo, anzi ero quasi certo, di una assoluzione con formula piena, invece sono stato condannato (dal magistrato Patricia Dimarco) ad una pena pecuniaria e al risarcimento delle spese processuali. Per le inchieste e la documentazione presenti sul sito, da alcuni anni oscurato, sono stato denunciato più volte: ho purtroppo in corso processi più delicati che seguo tramite il mio avvocato in altri Tribunali; devo dire che non avevo dato molto peso a questo procedimento giudiziario nei miei confronti poiché mi sembrava irragionevole l’ipotesi di condanna che è invece poi arrivata.

Quando è stata emessa la sentenza e come si sono svolti i fatti?

Anche questo è abbastanza strano. Nonostante fossi coinvolto nel processo come imputato non sono stato informato della sentenza a mio carico, avvenuta, ho saputo solo in seguito, il 9 maggio scorso. Ne sono venuto a conoscenza da poco poiché di mia spontanea volontà sono andato ad informarmi sulla situazione che credevo dovesse volgere al termine nel mese di luglio, così almeno mi era stato fatto intendere. Né il Tribunale nè l’avvocato difensore mi hanno informato di quello che era accaduto, ne prima ne dopo la sentenza, nonostante di per se il Tribunale non sia tenuto per legge ad informarmi (credo, almeno) ho trovato strano questo atteggiamento.

Cosa c’era dentro "Accaddeinsicilia. net" tanto da aver portato all’ oscuramento e oggi ad emettere questa sentenza senza precedenti?

Io mi occupo di documentazione storica e approfondimento e lo continuo a fare ancora oggi. Gran parte dei documenti, frutto del mio e del lavoro di tanti altri, storici e giornalisti, sono tutt’ora presenti nel mio
www.leinchieste.com . I casi di cui mi sono occupato sono stati in questi anni principalmente: Il Caso Spampinato (facendo uscire dal tribunale di Ragusa quei documenti che oggi consentono di poter raccontare la vera storia della morte del giovane cronista de l’Ora ucciso nel 1972) la documentazione storica relativa alla strage di Portella della Ginestra (in collaborazione con lo storico Giuseppe Casarubbea), ma anche il Caso Banca Antonveneta (quando ancora non ne parlavano in molti) e ultimo quello di Danilo Coppola. Il mio sito era un sito on line ( come accertato dalla polizia postale di Catania, ndr) non aggiornato periodicamente, ma solo quando c’erano dei materiali che ritenevo fondati e rilevanti.

Alla notizia di questa sentenza, in molti, hanno ipotizzato che siano state le tante verità raccontate in questo blog d’inchiesta ad aver portato all’ oscuramento e oggi a questa sentenza….

Si, in molti ipotizzano questo. Io non dico questo, non spetta a me, non mi permetto. Io dico solo che questa sentenza non è grave per me, nonostante influisca sulla mia fedina penale, ritenendomi a tutti gli effetti autore di un crimine, ma per tutti. Crea un precedente gravissimo che non si era mai verificato sino ad oggi in Italia e direi nemmeno in Europa. Sono cose che si vedono sempre in altri Paesi…non certo qui.

PRECEDENTI E COMMENTI

Nessuno precedente. L’unica sentenza che ha sanzionato un blog non per il fatto di esistere ma per il reato di diffamazione era stata quella emessa dal Tribunale di Aosta (Sentenza 553 del 26 maggio 2006) e creando scalpore e malumore. La materia, va da se, è giuridicamente complessa ma un dato è chiaro, l’Articolo 21 della Costituzione e la stessa Legge sull’editoria (previo rispetto della Legge sul diritto d’autore) consentono la libera espressione nella Rete. Della sentenza che stabilisce un precedente in materia di libertà di espressione on line si sono occupati solo il quotidiano
La Stampa e il portale Articolo21.info e Giuseppe Giulietti afferma: "Non siamo abituati a commentare le sentenze ma non vogliamo che questa resti avvolta nell'ombra perchè riguarda l'articolo21 della Costituzione e la libertà della rete, in un momento tra l'altro particolarmente delicato per l'informazione, in cui si decreta il carcere per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni che non rietrano in quelle consentite".

Ragusa, 16.06.2008 - http://www.liberainformazione.org

Curatore di blog condannato per "stampa clandestina" - di Stefano Corradino


Stampa clandestina. Secondo la Legge sulla stampa il reato lo commette chiunque intraprenda la pubblicazione di un giornale o altro periodico senza che sia stata eseguita la registrazione prescritta... Premesso che l'aggettivo "clandestino" per la stampa ha sempre uno sgradevole sapore censorio e andrebbe quantomeno sostituito dal termine "irregolare" anche per segnare la differenza con le pubblicazioni clandestine della prima metà del novecento, fino ad ora questo principio eravamo abituati a vederlo attribuire ai giornali cartacei, che nella cosiddetta "gerenza" mancano degli elementi che li contraddistingono come "testate".
Oggi, per la prima volta in Italia, e probabilmente anche in Europa, il reato ha riguardato il web: lo storico Carlo Ruta è stato infatti condannato dal Tribunale di Modica ad una pena pecuniaria per un blog (www.accadeinsicilia.net), con l'accusa di periodicità non regolare.
"Quale irregolarità? In nome di quale principio si applica il criterio della periodicità ad un blog?" si chiede lo storico intervistato da Articolo21. C'è il sospetto che la motivazione della chiusura del blog e della condanna dello storico non sia tanto di ordine tecnico o burocratico. "Nel mio blog - afferma lo storico - io ho fatto ampie ricostruzioni, con una documentazione dettagliata e in parte inedita sul caso di Giovanni Spampinato, il giornalista, colaboratore dei quotidiani "l'Ora" e "l'Unità" che nel 1972, a soli 22 anni, fu ucciso a Ragusa mentre stava portando alla luce, in un'inchiesta su un delitto, un rilevante intreccio di affari e malavita...". "Solo in Cina e a Cuba questo è avvenuto - commenta Ruta - ed è per questo che ci attiveremo tra conferenze stampa ed altre azioni affinchè tutti vengano a conoscenza di questa violazione della libertà di espressione. Perchè questo rappresenterebbe un precedente molto grave".
La stampa "non clandestina" a questo caso non ha dato ancora alcun rilievo ad eccezione del quotidiano "la Stampa" che ha ricostruito nel dettaglio la vicenda.
"Non siamo abitati - afferma Giuseppe Giulietti - a commentare le sentenze ma non vogliamo che questa resti avvolta nell'ombra perchè riguarda l'articolo21 della Costituzione e la libertà della rete, in un momento tra l'altro particolarmente delicato per l'informazione, in cui si decreta il carcere per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni che non rietrano in quelle consentite"...

13/06/2008 -
http://www.articolo21.info


Il canto di Camilleri

video

domenica 15 giugno 2008

La libertà - di Giorgio Gaber


Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Vorrei essere libero come un uomo.

Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura
e cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura,
sempre libero e vitale, fa l’amore come fosse un animale,
incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia,
che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un’opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l’uomo più evoluto che si innalza con la propria intelligenza
e che sfida la natura con la forza incontrastata della scienza,
con addosso l’entusiasmo di spaziare senza limiti nel cosmo
e convinto che la forza del pensiero sia la sola libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche un gesto o un’invenzione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Giorgio Gaber, 1972


Undicesimo: non divulgare - di Vania Lucia Gaito


Ce lo aspettavamo, è vero. Il decreto sulle intercettazioni ce lo aspettavamo. Del resto, ce lo avevano promesso (o minacciato).
Un disegno di legge peculiare: saranno intercettabili solo i reati che hanno il massimo della pena edittale dai dieci anni in su, ma con una deroga per i reati contro la pubblica amministrazione, oltre a reati di pedofilia e molestie telefoniche.Inoltre è prevista una modifica dell'articolo 684 del codice penale, che riguarda la pubblicazione arbitraria degli atti di un processo penale: finora era privista la detenzione fino a 30 giorni e una sanzione fino a circa 250 euro (le vecchie cinquecentomila lire). Il nuovo disegno di legge prevede, invece, l'arresto da uno a tre anni (avevamo proprio bisogno di rimpinguare un po' le carceri!) per chi pubblica il testo di intercettazioni o documenti di un procedimento penale di cui sia vietata la pubblicazione. Per gli editori, invece, è prevista una sanzione economica, proporzionale alla tiratura, che potrebbe raggiungere anche i 400.000 euro.Sembrerebbe, in un primo momento, una restrizione del potere degli editori. Ma, riflettendoci un po', non lo è affatto. Il "rischio della sanzione" porterebbe inevitabilmente ad una forte ingerenza degli editori nella vita e nella fattura dei giornali, con conseguente compromissione dell’autonomia della professione di giornalista. E i giornalisti, quei pochissimi che fanno ancora il loro mestiere, si ritroverebbero a fare gli impiegati di redazione.Quello che però colpisce particolarmente, in questo disegno di legge, è quanto viene scritto in merito all'emergere, durante le intercettazioni, di reati commessi dal clero. Spesso il clero, nel corso della storia, non è mai stato troppo lontano dal peccato e neppure dal reato. E dunque, perchè non pensare anche al caso in cui, intercettando qua e là, venga fuori il nome di un sacerdote o addirittura di un monsignore? Così, in questo disegno di legge, è previsto che qualora nel corso delle intercettazioni emerga un reato a carico di un sacerdote debba subito essere avvertito il vescovo. Qualora invece emerga un reato a carico di un vescovo, dev'essere avvertito il Vaticano. Perchè questa specifica così particolare, all'interno del disegno di legge? Si pensava, forse, ai reati di pedofilia e alle relative, frequenti, indagini penali? Perchè se è così la faccenda è ben grave. In primo luogo per la peculiarità di trattamento riservato alla Chiesa: se nel corso delle intercettazzioni emerge il nome di un monaco buddista, dev'essere avvertito il suo Maestro? Vale anche per i Protestanti, per i Testimoni di Geova, per gli Avventisti? Perchè, in caso contrario, si darebbe luogo a discriminazioni. Perchè un sacerdote, cittadino italiano, dev'essere trattato diversamente da un maestro elementare, da un bancario, da un idraulico, sempre cittadini italiani? Mi si obietterà che è necessario avvertire le gerarchie superiori perchè si possa dar luogo anche ad un processo canonico. Sarei d'accordo, ma con due "se".Sarei d'accordo se fosse previsto anche il contrario, cioè se fosse imposto alle gerarchie ecclesiastiche di avvertire le Procure in caso sia loro denunciato un reato commesso da un sacerdote. Se, per esempio, un vescovo riceve la denuncia di una direttrice scolastica a carico di un prete pedofilo, tanto per non allontanarci troppo dalla realtà.Sarei d'accordo se i processi canonici si facessero realmente e avessero, tra l'altro, l'esito di spogliare della tonaca i colpevoli. Invece i processi canonici spesso non si fanno, come nel caso di don Cantini e di padre Maciel, per citare due nomi "illustri"; e quando si fanno, hanno esiti per lo meno discutibili. E' ancora sacerdote, per esempio, don Mauro Stefanoni; è ancora sacerdote don Bruno Puleo; è ancora sacerdote don Pierangelo Bertagna; sono ancora sacerdoti centinaia di preti pedofili negli Stati Uniti, in Messico, in Irlanda, in Africa. Sono ancora sacerdoti, con lo stipendio pagato coi soldi dell'otto per mille. Sono ancora sacerdoti, spesso a contatto con i bambini.A che serve dunque, inserire questo caso particolare all'interno di un disegno di legge? Ad avvertire indirettamente l'ecclesiastico di turno che si sta indagando sul suo conto? Dove finisce il diritto e comincia il privilegio? Perchè questo caso particolare mi pare configuri più un privilegio che un diritto. Forse questo era uno degli argomenti di discussione dell'ultimo incontro tra Berlusconi e Ratzinger?


14 giugno 2008 - http://viaggionelsilenzio.ilcannocchiale.it

Eccellenza, mi permetta - di Vania Lucia Gaito


Sempre in tema di vescovi, ripropongo qui una lettera aperta, pubblicata mesi fa su Bispensiero e su diversi altri siti internet. La lettera è stata inviata anche al vescovo in questione. Finora non c'è stata risposta.

Eccellenza reverendissima, scrivo a lei, vescovo di Pescia, per chiederle delucidazioni riguardo alcune strane vicende che da qualche anno si sono verificate nella sua diocesi. Tali vicende, ben lontane dall'essere oggetto di informazione da parte dei media, sono state invece convenientemente taciute. Tuttavia, "quello che è nascosto nel segreto sarà rivelato", come recita il Vangelo di Luca.I media, per esempio, non hanno mai parlato di un ex sacerdote della sua diocesi, Alessandro Pasquinelli. Don Alessandro era il parroco di Monsummano Terme. Ricorda, Eccellenza? Un parroco che aveva rilevato, insieme alla parrocchia, un immobile in costruzione. Era un prete giovane, don Alessandro, pieno di voglia di fare, pieno di energia e di fede. E, una volta completata la costruzione, volle farne una casa-famiglia per minori in difficoltà. Lei sarebbe stato dell'opinione di darla in gestione ai servizi sociali, quella casa-famiglia, lo scrisse anche ad Alessandro, ma lui decise di occuparsene in prima persona. La struttura funzionava bene, il Tribunale dei minori e i Servizi Sociali ne avevano una buona opinione, i bambini venivano ben accolti e ben presto sorse anche un centro per le mamme in difficoltà. Sembrava andasse tutto a meraviglia.Finché qualcuno non decise che il ruolo ricoperto dal sacerdote era piuttosto appetibile. Perchè non provare a prendere il suo posto? Ma finché Alessandro continuava a fare così bene, non c'era modo di liberarsene. Come fare? In realtà, un modo esisteva. Bastava cucirgli addosso un'etichetta infamante, sollevare sospetti, insinuare dubbi. Don Alessandro fu accusato di essere un pedofilo, di aver abusato di uno dei bambini ospiti della casa-famiglia. Un bambino, tra l'altro, con gravi turbe psicologiche.
I Servizi Sociali convocarono subito don Alessandro. Non gli vollero neppure dire chi avesse fatto la denuncia e cosa avesse denunciato, gli comunicarono solo che c'era una lettera che denunciava alcuni suoi comportamenti "sospetti": che lasciasse subito la casa-famiglia, altrimenti avrebbero provveduto a chiudere la struttura. Anomalo come comportamento, non è vero? Ma non quanto il suo, Eccellenza. E sì, perchè quando lei lo venne a sapere, chiamò don Alessandro al cellulare, e così, al cellulare, gli chiese se per caso avesse violentato un bambino. Una telefonata che durò pochi minuti: don Alessandro negò, chiese spiegazioni, ma lei non ne diede alcuna. Il sacerdote avrebbe anche voluto chiamare un avvocato, denunciare i calunniatori, ma lei glielo proibì. Recisamente, in più di un'occasione. Arrivò perfino a scrivergli lunghe e verbose lettere in cui ribadiva la proibizione. E poi lo trasferì. Come è previsto in questi casi, vero, Eccellenza?Lo trasferì a Marginone, neanche a cinque chilometri di distanza. Alessandro era preoccupato, non riusciva a trovar pace, non mangiava, non dormiva, ma la sua proibizione a consultare un avvocato rimaneva ferma. Finché non arrivò un avviso di garanzia. Lo portò un maresciallo dei carabinieri una domenica mattina, il sacerdote doveva dir messa, aveva già i paramenti indosso. Gliela consegnò in sacrestia. Se lo immagina, lei, Eccellenza, come disse messa quella domenica mattina il suo sacerdote? Tornò a consultarla, a pregarla di permettergli di difendersi. Lei, invece, era terrorizzato dalla possibilità di uno scandalo.
E non solo ribadì il divieto, ma ventilò l'idea di un patteggiamento. Sarebbe stato un ottimo modo per sedare subito la questione, prima che troppa gente venisse a saperlo, prima di sollevare l'interesse dei media. Don Alessandro si oppose. Era innocente e non chiedeva altro che il diritto di difendersi. Ma gli fu negato.Se lo immagina, Eccellenza, cosa doveva essere la vita del suo sacerdote, in quel periodo? Non solo subiva l'onta di un'accusa infamante, per quanto gli era proibito perfino di dimostrare la sua innocenza. Cominciò a star male, l'ansia e l'angoscia lo divoravano. Arrivò a pesare poco più di cinquanta chili. Andò da una psichiatra. Lei gli proibì perfino di raccontarle tutto, ricorda? Allora la psichiatra gli prescrisse degli psicofarmaci. Medicine talmente potenti che Alessandro diventò un vegetale, incapace perfino di vestirsi da solo o di mangiare senza l'aiuto di qualcuno.Fu in queste circostanze che due parrocchiane molto vicine a lei, Eccellenza, avvicinarono il sacerdote e gli proposero di accompagnarlo da un avvocato che lo avrebbe difeso. L'avvocato gli fece firmare un foglio in bianco, dicendogli che era il mandato per agire in sua difesa.Alessandro si fidò, firmò il foglio. Era inebetito dal dolore, ubriaco di farmaci, la vita gli sembrava talmente priva di luce che ad un certo punto aveva anche tentato un gesto estremo. L'avvocato pigliò il foglio firmato e ci scrisse sopra una richiesta di patteggiamento. Chi lo autorizzò, Eccellenza? Non certo don Alessandro, che il patteggiamento lo aveva sempre rifiutato. Per un po' di tempo non si fece vivo nessuno, non arrivò nessuna notizia, nessuna comunicazione. Solo in seguito il sacerdote scoprì che perfino la posta gli veniva dirottata. Una delle due parrocchiane che lo avevano accompagnato dall'avvocato si occupava di ritirarla e non la consegnava al destinatario.
Poi, un giorno, lei telefonò. E con sollievo comunicò che era andato tutto a posto, c'era stato un patteggiamento e Alessandro era stato condannato a tre anni. Ma sarebbe stato affidato ai servizi sociali. Se lo ricorda, questo, Eccellenza? Alessandro venne da lei, voleva capire come fosse stato possibile patteggiare se lui non aveva mai autorizzato nessuno a chiedere il patteggiamento. Lei era tranquillo, sereno: aveva scongiurato lo scandalo, si sentiva tranquillo. E alle proteste del giovane prete, rispose che ormai le acque si erano chetate, che tutto si era risolto per il meglio, sarebbe stato affidato ai servizi sociali, lo avrebbe seguito uno psicologo, delle cure di uno psicologo si ha tutti bisogno, si fingesse pedofilo per quei tre anni e pensasse a non dar scandalo.Quello che lei non previde fu la reazione di Alessandro: si strappò la tonaca e gliela tirò in faccia. E se ne andò.Non previde, inoltre, che il sacerdote chiedesse di ricevere copia dell'incartamento del tribunale. Fece fare una perizia sulla richiesta di patteggiamento, e la perizia stabilì che il foglio era stato firmato prima che vi si scrivesse la richiesta. Fece fare una perizia sulla propria persona, e la perizia stabilì che gli psicofarmaci assunti annullavano la volontà: quando il patteggiamento era stato firmato, Alessandro non era in grado di intendere e di volere. Il Tribunale di sorveglianza fece fare una perizia psichiatrica, e Alessandro risultò un uomo normale, senza devianze sessuali di alcun genere. Gli atti furono inviati alla Procura di Pistoia chiedendo un supplemento di indagini. E poi partirono le denunce. Alla fine, Alessandro aveva trovato davvero qualcuno in grado di difenderlo.
Ma lei, Eccellenza, perchè non lo difese? Possibile che la paura dello scandalo fosse così grande? Oppure c'era qualche altra cosa che desiderava tenere nell'ombra e temeva venisse alla luce se si cominciava ad indagare troppo? C'era dunque qualcosa che non voleva si risapesse? Forse sì.Non voleva che si risapesse, per esempio, che aveva preso un seminarista, Mirko Bertolini, buttato fuori da altri conventi e seminari, senza alcuna lettera di presentazione. La Congregazione per l’Educazione Cattolica fa espresso divieto ai vescovi di pigliare in diocesi candidati al sacerdozio provenienti da altri ordini religiosi o da altri seminari sprovvisti di lettera di presentazione di un superiore, ma lei, Eccellenza, lo prese ugualmente, e le conseguenze non si fecero aspettare: ci furono trafugamenti di opere d’arte, furti, ruberie, e trecento milioni di lire di refurtiva furono trovati in un appartamento a Bologna in cui Mirko abitava con un altro ex-seminarista, col quale aveva una relazione. Non voleva che si risapesse, poi, di Enrico Marinoni, un sacerdote che aveva preso dalla diocesi di Fiesole, con alle spalle storie di adescamento di minori. Lei non solo lo prese in diocesi, ma lo fece anche parroco e lo nominò responsabile dell’Azione Cattolica Ragazzi. Era come affidare le pecore al lupo, don Enrico si scatenò: alla fine ci furono le denunce e il sacerdote patteggiò due anni e sei mesi. E continua a fare il sacerdote, con lo stipendio pagato coi fondi dell’otto per mille. E poi lei, Eccellenza, non voleva si risapesse di don Francesco, anche lui venuto via da due o tre seminari, che lei stesso aveva ordinato sacerdote nonostante il parere contrario della Commissione Ordinandi. Francesco aveva avuto rapporti omosessuali con un ragazzo con difficoltà psicologiche. Il ragazzo aveva riferito l’episodio al suo terapeuta. Il terapeuta aveva chiamato lei, Eccellenza, gli aveva riferito tutto, e questo prete, in tre giorni, era sparito. Dissolto. L’aveva spostato a Roma, in una parrocchia, a fare il viceparroco, senza denunciare nulla e senza fargli fare neanche un processo canonico.
Senza contare altre faccende minori: il prete che frequentava piazzole note come ritrovi di omosessuali e che andava a cercar compagnia con la tonaca indosso, e quando capitava di trovar compagnia si tirava su la tonaca e si faceva tutto lì, all’aperto, sotto gli occhi di tutti; oppure un altro prete, suo pupillo, Eccellenza, che aveva fatto i lavori di restauro in canonica senza autorizzazione della sovrintendenza alle belle arti e aveva buttato giù un muro medievale, aveva segato via un altare quattrocentesco, aveva venduto il pavimento del ‘500 un tanto al metro come si fa con la stoffa.Erano queste le cose che non voleva si risapessero, probabilmente. Perchè tutti quei sacerdoti li aveva voluti lei, ordinati lei, sebbene espulsi dai seminari, sebbene non ritenuti idonei al sacerdozio. Ad una persona malfidata come me, disposta sempre a pensare il peggio, sembra quasi che lei abbia sacrificato don Alessandro pur di non avere i riflettori puntati su di sé, pur di non dover correre il rischio che le venissero chieste spiegazioni sul suo operato in diocesi.Mi smentisca, Eccellenza. Mi dica chi fu a suggerire a quell'avvocato fraudolento di raggirare la buona fede del suo ex parroco. Dimostri, se le è possibile, la sua estraneità a questa vicenda. Quello che è accaduto è scandaloso, vergognoso, peggiore di quanto accaduto negli Stati Uniti. Lì i vescovi si limitavano a coprire i preti pedofili, qui invece si è sacrificato un uomo, un sacerdote innocente pur di coprire altre abominevoli vergogne.

5 giugno 2008 - http://viaggionelsilenzio.ilcannocchiale.it/


sabato 14 giugno 2008

Tecnica di un colpo di mano - di Marco Travaglio


Ora che il cosiddetto “caso intercettazioni” si rivela per quello che è, cioè l’ennesimo “caso Berlusconi”, forse persino l’opposizione potrebbe dire come stanno le cose: e cioè che la privacy, le fughe di notizie e le spese di giustizia non c’entrano nulla. C’entra il solito Berlusconi che tenta di far saltare i suoi processi. Duro ammetterlo dopo aver accreditato la leggenda del Cavaliere che “ha risolto i suoi problemi”, dunque stavolta risolverà i nostri, anzi studia da Statista. Ma i fatti parlano da soli, anche per chi non li vuol vedere. Tre settimane fa, l’on. avv. Ghedini infila nel decreto sicurezza un codicillo che sospende i processi per 1-2 anni (poi ridotti a qualche mese) con la scusa di consentire agl’imputati di scegliere se patteggiare o no. Maroni lo blocca, ma i berluscones annunciano che ci riprovano con un ddl. Intanto il Cainano spara sulle intercettazioni e annuncia che non si faranno più per i reati sotto i 10 anni: quelli per cui è imputato lui. Basta una norma transitoria retroattiva e il processo di Napoli per la corruzione di Saccà si svuota per abolizione delle prove. Ieri Repubblica rivela che l’on. avv. Ghedini prepara un lodo Maccanico-Schifani bis per rendere invulnerabili le alte cariche, ma soprattutto quella bassa: è incostituzionale, la Consulta l’ha già detto una volta, ma intanto ci riprovano, sospendono i processi per 1-2 anni (quelli di Milano per Mills e Mediaset sono prossimi alla sentenza), poi se arriva un’altra bocciatura si inventeranno qualcos’altro. Il cerchio si chiude. E’ così difficile chiamare le cose col loro nome? Se il dialogo con l’opposizione non s’interrompe nemmeno stavolta, è l’ennesima replica di un copione collaudato da 15 anni. Funziona così. Lui ha un problema: uno o più processi da bloccare. Comincia a strillare che non siamo più una democrazia, che dai sondaggi risulta che il 102% degli italiani sta con lui, insomma il problema non è suo ma nostro. E chi non è d’accordo è comunista. Il centrosinistra prova a balbettare che i problemi veri sono altri: morti sul lavoro, salari, monnezza, crimini dei colletti e dei camici bianchi. Ma lui spara a zero a reti unificate, minaccia di scassare tutto, invoca la piazza, mentre le sue tv e i suoi giornali sparano balle e cifre false: in Italia si processa solo Berlusconi, in tutto il mondo non si processerebbe mai Berlusconi, processare Berlusconi ci costa mille miliardi al minuto. Giornali “indipendenti” e politici “riformisti”, per sembrare indipendenti e riformisti, sostengono che lui magari esagera un po’, “ma il problema esiste”. E poi non si può mica compromettere il “dialogo sulle riforme” (c’è sempre un “dialogo sulle riforme”, chissà poi quali) col “muro contro muro”. Dal Colle, dal Vaticano e dal Csm piovono fervorini contro l’ennesima “guerra tra politica e magistratura” (che ovviamente non esiste, ma i processi a Berlusconi per reati comuni vengono sempre chiamati così) e moniti per una “soluzione condivisa tra governo e opposizione” che contemperi le sacrosante esigenze del premier con la Privacy, l’Indipendenza della Magistratura, la Libertà di Stampa. Il Riformatorio esce con una dozzina di editoriali dal titolo “Moral suasion”, che nessuno legge e nessuno capisce, ma fanno fine e non impegnano. A questo punto salta su un pontiere di centrosinistra per avviare un bel negoziato bipartisan con Gianni Letta, che è berlusconiano ma è tanto buono, e poi - come diceva Saviane - somiglia tanto a sua sorella. Una volta è Boato, un’altra Maccanico, stavolta c’è l’imbarazzo della scelta. Berlusconi strepita: “Non tratto coi comunisti assassini lordi di sangue, voglio l’impiccagione dei giudici e il loro scioglimento nell’acido”. Però Letta comunica allo sherpa che lui esagera, ma si accontenta di molto meno: abrogare i suoi processi, una cosina da niente, povera creatura indifesa. Lo sherpa ulivista annuncia giulivo: “Abbiamo vinto, i giudici non saranno impiccati né sciolti nell’acido. Se si consegnano con le mani alzate a Villa Certosa, avranno salva la vita”. E partorisce una “bozza” (o “lodo”) che abolisce i processi a Berlusconi. “Tutto è bene quel che finisce bene”, titola Pigi Battista sul Corriere, mentre Ostellino, Panebianco e Galli della Loggia criticano l’eccessiva cedevolezza del Pdl al partito giustizialista. Il Cavaliere incassa complimenti trasversali per la moderazione dimostrata. I giudici dichiarano il non doversi procedere per intervenuta abrogazione dei processi. Lui dirama un video-monologo a reti unificate: “La mia ennesima assoluzione dimostra che ero innocente anche stavolta, ma le toghe rosse complottavano contro di me senza prove. Voglio le scuse e la medaglia d’oro”. Dall’altra sponda, autoapplausi compiaciuti: “Abbiamo fato bene a dialogare: il problema esisteva”.

13 giugno 2008 - http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it

giovedì 12 giugno 2008

Legge ad personam - Da Wikipedia, l'enciclopedia libera


Con la locuzione legge ad personam s'intende una legge (o atto avente forza di legge) che si ritiene sia stata realizzata mirando specificamente al raggiungimento di determinati effetti favorevoli (o sfavorevoli) per una singola e individuata persona o ristretto gruppo di soggetti (ad personam), ciò nonostante possa essere apparentemente formulata in modo generale. La locuzione - un'espressione latina mutuata dal gergo giuridico - è entrata nell'uso comune in Italia a seguito del largo uso che politici e giornalisti ne hanno fatto durante la XIV legislatura.

Legislatura XIV

Sotto i governi Berlusconi II e III sono state approvate numerose leggi che hanno sollevato aspre critiche in quanto ritenute leggi ad personam[3].
Tali contestazioni hanno affermato che la maggioranza di centrodestra abbia ricorso a tale espediente per alleggerire la posizione processuale di
Berlusconi stesso. Tra le tante, è stato rilevato come le seguenti abbiano ridotto le pendenze giudiziarie o abbiano in qualche modo conflitto con gli interessi del presidente del Consiglio:



  • la depenalizzazione del falso in bilancio[4]
  • la legge sulle rogatorie[5]
  • l'introduzione del divieto di sottoposizione a processo delle cinque più alte cariche dello Stato tra le quali il presidente del Consiglio in carica[6]
  • la "legge Cirami" sul legittimo sospetto[7]
  • la riduzione della prescrizione (che cancellava gran parte dei fatti oggetto di contestazione nel processo sui diritti TV verso Berlusconi)[8]
  • l'estensione del condono edilizio alle zone protette[9] (comprensiva la villa "La Certosa" di proprietà di Berlusconi)
  • il ricorso del governo contro la legge della regione Sardegna al divieto di costruire a meno di due chilometri dalle coste[10] (che bloccava, tra l'altro, l'edificazione di "Costa Turchese", insediamento di 250.000 metri cubi della Edilizia Alta Italia di Marina Berlusconi)
  • la modifica del Piano di assetto idrogeologico (PAI) dell'Autorità di bacino del fiume Po che permette la permanenza de "la Cascinazza" (estensione di oltre 500.000 metri quadrati) di proprietà della IEI di Paolo Berlusconi[11]
  • l'introduzione dell'inappellabilità da parte del pubblico ministero per le sole sentenze di proscioglimento[12]
  • la legge Gasparri sul riordino del sistema radiotelevisivo e delle comunicazioni[13]
  • la norma transitoria della Legge 90/2004 che consentì a Gabriele Albertini, sindaco di Milano non più rieleggibile, di essere candidato alle elezioni europee senza dover dare le dimissioni da sindaco.
  • Alcuni esperti di diritto hanno anche definito "legge ad coalitionem"[14] la legge elettorale del 2006[15] che, data la morfologia delle formazioni politiche all'atto delle elezioni governative, si riteneva dovesse permettere ai partiti della coalizione di centrodestra di ottenere un numero di seggi fortemente superiore rispetto a quanto sarebbe avvenuto con la precedente normativa, ma che in realtà non ha avuto altro effetto se non quello di alimentare la disgregazione.


Fonti e note

  1. Repubblica.it - Legge ad personam, di Ezio Mauro
  2. la Repubblica, 5 giugno 1999
  3. Repubblica.it - Legge ad personam, di Ezio Mauro
  4. Legge n. 61/2002
  5. Legge n. 367/2001
  6. "Lodo Schifani", 140/2003, mai entrata in vigore in quanto dichiarata incostituzionale
  7. Legge n. 248/2002
  8. "Legge ex-Cirielli", 251/2005
  9. Legge delega 308/2004
  10. Ricorso n. 15/2005 alla legge regionale 8/2004
  11. P.A.I. (Piano di Assetto Idreogeologico) del 2001
  12. DL n. 3600
  13. Legge 112/2004
  14. Agenzie stampa 09/2005
  15. Senato.it - Normativa in materia elettorale
da http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_ad_personam

Venerdì 13 - di Peter Gomez


Con mossa a sorpresa il governo ha deciso di discutere nel Consiglio dei ministri di dopodomani, venerdì 13 giugno, un decreto legge che riformerà le intercettazioni telefoniche e ambientali. Il parlamento viene così saltato a piè pari e le nuove norme saranno immediatamente esecutive.Non è chiaro quali siano i motivi di «necessità ed urgenza» che hanno spinto Silvio Berlusconi a forzare ulteriormente la mano. Guardando a ciò che è accaduto in passato è probabile che il Cavaliere tema gli esiti di qualche indagine attualmente in corso della cui esistenza nessuno, a parte lui, è al corrente. O che pensi, introducendo una disposizione ad hoc dal valore retroattivo, di eliminare prove già raccolte dalla magistratura. All'interno della maggioranza solo la Lega è parsa fin qui voler porre un qualche freno alle sue intenzioni. L'ex ministro Roberto Castelli ha detto chiaro e tondo che il movimento di Bossi si opporrà a norme che impediscano le intercettazioni per i reati di corruzione e concussione. Per Castelli infatti l'elettorato percepirebbe il provvedimento Berlusconi come una legge a protezione della Casta. E questo la Lega, unico partito presente in parlamento realmente radicato sul territorio con sezioni, circoli e militanti, proprio non può permetterselo. In ogni caso non è ancora possibile di anticipare esattamente i contenuti del decreto. Stando a quanto dichiarato pubblicamente dal premier si potranno eseguire intercettazioni solo per perseguire la mafia e il terrorismo. Indiscrezioni parlano poi della possibilità di effettuare ascolti anche per altri reati puniti con più di otto anni di reclusione. Ma non basta, perché, come è noto, il presidente del Consiglio ha anche annunciato la volontà di punire con 5 anni di carcere i giornalisti che pubblicheranno il contenuto di intercettazioni telefoniche, mentre per ridurre a più miti consigli gli editori vorrebbe introdurre multe milionarie. Se questo agghiacciante quadro si realizzerà, l'unica risposta possibile sarà la disubbidienza civile. Cioè organizzare, per quanto riguarda i giornalisti, una violazione dichiarata e di massa delle norme, accettando nel caso l'arresto. Ovviamente la violazione (cioè la pubblicazione di articoli basati su atti giudiziari che il Governo vorrebbe mantenere segreti, anche se già messi a disposizione delle parti processuali) dovrà avere un contenuto strettamente giornalistico. Si dovranno pubblicare cioè delle notizie e non dei pettegolezzi o delle vicende coperte dalla privacy. A quel punto, una volta finiti sotto inchiesta o in galera, potremo tentare di rivolgerci alla Corte Costituzionale per far cancellare una legge che minaccia di spingere il nostro paese verso derive pericolose ed autoritarie. Appuntamento a venerdì, dunque, sperando ancora che non si trasformi nel venerdì 13 della democrazia italiana.

11 giugno 2006 - Peter Gomez - http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it


mercoledì 11 giugno 2008

La legge Arsenio Lupin - di Marco Travaglio


Pierpaolo Brega Massone, nomen omen, capo della chirurgia toracica nella clinica Santa Rita convenzionata con la Regione Lombardia, l’uomo che in un sms si definiva “l’Arsenio Lupin della chirurgia”, è decisamente sfortunato. Se avesse atteso la legge Berlusconi sulle intercettazioni prima di architettare le truffe e gli scambi di fegati, polmoni, milze e cistifellee contestati dagl’inquirenti, sarebbe libero di proseguire i suoi maneggi con rimborso a pie’ di lista con i colleghi e/o complici. Invece è stato precipitoso. Uomo di poca fede, ha sottovalutato le potenzialità impunitarie del premier.
Ora qualcuno parlerà di “arresti a orologeria” (nella solita Milano) per bloccare la mirabile riforma del Cainano: per non disturbare, gli inquirenti milanesi avrebbero dovuto aspettare qualche altra settimana e lasciar squartare qualche altra decina di pazienti. Perché quel che emerge dalle intercettazioni dell’inchiesta sulla clinica Santa Rita fa piazza pulita di tutte le balle e i luoghi comuni che la Casta, anzi la Cosca sta ritirando fuori per cancellare anche l’ultimo strumento investigativo che consente di scoprire i suoi reati. Le intercettazioni dei simpatici dottori sono contenute nelle ordinanze di arresto, dunque non sono più segrete, ergo i giornalisti le pubblicano. Qualcuno può sostenere che così si viola la privacy degli arrestati? O che, altra panzana a effetto, si viola la privacy dei non indagati? Sappiamo tutto delle malattie dei pazienti spolpati in sala operatoria per incrementare i rimborsi regionali: più violazione della privacy di questa, non si può. Eppure nemmeno la privacy dei pazienti innocenti, anzi vittime, può prevalere sul diritto dei cittadini (comprese le altre vittime reali o potenziali della truffa) di sapere tutto e subito. Sì, subito, con buona pace dei vari Uòlter, che ancora la menano sul divieto di pubblicare intercettazioni pubbliche fino al processo (che si celebrerà, se va bene, fra 3-4 anni).

Restano da esaminare le altre superballe di marca berlusconiana (ma non solo).

1) Le intercettazioni in Italia sarebbero “troppe”. Il Guardasigilli ad personam Alfano dice addirittura che “gran parte del Paese è sotto controllo”. Figuriamoci: 45 mila decreti di ascolto all’anno, su 3 milioni di processi, sono un’inezia. Le intercettazioni non sono né poche né troppe: sono quelle che i giudici autorizzano in base alle leggi vigenti, in rapporto all’unico parametro possibile: le notizie di reato. In Italia ci sono troppi reati e delinquenti, non troppe indagini e intercettazioni. L’alto numero di quelle italiane dipende dal fatto che da noi possono effettuarle solo i giudici, con tutte le garanzie dal caso, dunque la copertura statistica è del 100%. Negli altri paesi a intercettare sono soprattutto servizi segreti e polizie varie (in Inghilterra addirittura il servizio ambulanze e gli enti locali), senz’alcun controllo né statistica.

2) Le intercettazioni andrebbero limitate in nome della privacy. Altra superballa: la privacy è tutelata dalla legge sulla privacy, che però si ferma là dove iniziano le esigenze della giustizia. Ciascuno rinuncia a una porzione della sua riservatezza per consentire allo Stato, con telecamere sparse in ogni dove e controlli svariati, di reprimere i reati e proteggere le vittime.

3) Le intercettazioni “costano troppo”. Mavalà. A parte il fatto che costano molto meno di quanto fanno guadagnare allo Stato (due mesi di ascolti a Milano sulle scalate bancarie han fatto recuperare 1 miliardo di euro, quanto basta per finanziare 4 anni d’intercettazioni in tutt’Italia, che nel 2007 son costate 224 milioni), potrebbero costare zero euro se lo Stato, anziché pagare profumatamente i gestori telefonici, li obbligasse - sono pubblici concessionari - a farle gratis. Un po’ come si fa per le indagini bancarie, che gli istituti di credito - pur essendo soggetti privati - svolgono gratuitamente.

4) I giudici - si dice - devono tornare ai “metodi tradizionali” e intercettare di meno. Baggianata sesquipedale: come dire che i medici devono abbandonare la Tac e tornare allo stetoscopio. Una conversazione carpita a sorpresa è un indizio molto più sicuro e genuino di tante dichiarazioni di testimoni o pentiti. E poi di quali “metodi tradizionali” si va cianciando? Se nessuno più parla perché i collaboratori di giustizia sono stati aboliti per legge (art. 513, “giusto processo”, legge sui pentiti) e l’omertà mafiosa viene pubblicamente elogiata (“Mangano fu un eroe perché in carcere non parlò”), come diavolo si pensa di scoprirli, i reati? Travestendosi da Sherlock Holmes e cercando le impronte con la lente d’ingrandimento? Inventatevene un’altra, per favore.

dal blog di Marco Travaglio - www..voglioscendere.ilcannocchiale.it

Leggende spacciate per verità - di Luigi Ferrarella (www.corriere.it)


Una sfilza di luoghi comuni, spacciati per verità, compromette la serietà della discussione sull’annunciato intervento legislativo sulle intercettazioni. Che siano «il 33% delle spese per la giustizia», come qualcuno ha cominciato a dire e tutti ripetono poi a pappagallo, è un colossale abbaglio: per il 2007 lo Stato ha messo a bilancio della giustizia 7 miliardi e 700 milioni di euro, mentre per le intercettazioni si sono spesi non certo 2 miliardi abbondanti, ma 224 milioni. Però è una leggenda ben alimentata. Si lascia credere il falso giocando sull’ambiguità del vero, cioè sul fatto che le intercettazioni pesano davvero per un terzo su un sottocapitolo del bilancio della giustizia: quello che sotto il nome di «spese di giustizia» ricomprende anche i compensi a periti e interpreti, le indennità ai giudici di pace e onorari, il gratuito patrocinio, le trasferte della polizia giudiziaria. Spese peraltro tecnicamente «ripetibili», cioè che lo Stato dovrebbe farsi rimborsare dai condannati a fine processo: ma riesce a farlo solo fra il 3 e il 7%, eppure su questa Caporetto della riscossione non pare si annuncino leggi-lampo.
«Siamo tutti intercettati» è altra leggenda che, alimentata da una bizzarra aritmetica «empirica», galleggia anch’essa su un’illusione statistica. Il numero dei decreti con i quali i gip autorizzano le intercettazioni chieste dai pm non equivale al numero delle persone sottoposte a intercettazione.
Le proroghe dei decreti autorizzativi sono infatti a tempo (15 o 20 giorni) e vanno periodicamente rinnovate; inoltre un decreto non vale per una persona ma per una utenza. Dunque il numero di autorizzazioni risente anche del numero di apparecchi o di schede usati dal medesimo indagato (come è norma tra i delinquenti).
«Le intercettazioni sono uno spreco» è vero ma falso, nel senso che è vero ma per due motivi del tutto diversi da quello propagandato. Costano troppo non perché se ne facciano troppe rispetto ad altri Paesi, dove l’apparente minor numero di intercettazioni disposte dalla magistratura convive con il fatto che lì le intercettazioni legali possono essere disposte (in un numero che resta sconosciuto) anche da 007, forze dell’ordine e persino autorità amministrative (come quelle di Borsa).
Invece le intercettazioni in Italia costano davvero troppo (quasi 1 miliardo e 600 milioni dal 2001) perché lo Stato affitta presso società private le apparecchiature usate dalle polizie; e in questo noleggio è per anni esistito un Far West delle tariffe, con il medesimo tipo di utenza intercettata che in un ufficio giudiziario poteva costare «1» e in un altro arrivava a costare «18». Non a caso Procure come la piccola Bolzano (costi dimezzati in un anno a parità di intercettazioni) o la grande Roma (meno 50% di spese nel 2005 rispetto al 2003 a fronte di un meno 15% di intercettazioni) mostrano che risparmiare si può. E già il ddl Mastella puntava a spostare i contratti con le società private dal singolo ufficio giudiziario al distretto di Corte d’Appello (26 in Italia).
L’altra ragione del boom di spese è che, ogni volta che lo Stato acquisisce un tabulato telefonico, paga 26 euro alla compagnia telefonica; e deve versare al gestore circa 1,6 euro al giorno per intercettare un telefono fisso, 2 euro al giorno per un cellulare, 12 al giorno per un satellitare. Qui, però, stranamente nessuno guarda all’estero, dove quasi tutti gli Stati o pagano a forfait le compagnie telefoniche, o addirittura le vincolano a praticare tariffe agevolate nell’ambito del rilascio della concessione pubblica.
«Proteggere la privacy dei terzi», nonché quella stessa degli indagati su fatti extra-inchiesta, non è argomento (anche quando sia agitato pretestuosamente) che possa essere liquidato con un’arrogante alzata di spalle. Ma è obiettivo praticabile rendendo obbligatoria l’udienza-stralcio nella quale accusa e difesa selezionano le intercettazioni rilevanti per il procedimento, mentre le altre vengono distrutte o conservate a tempo in un archivio riservato. E qui proprio i giornalisti dovrebbero, nel contempo, pretendere qualcosa di più (l’accesso diretto a quelle non più coperte da segreto e depositate alle parti) e accettare qualcosa di meno (lo stop di fronte alle altre).
Prima di dire poi che «le intercettazioni sono inutili»andrebbe bilanciato il loro costo con i risultati processuali propiziati. Ed è ben curioso che, proprio chi ha imperniato la campagna elettorale sulla promessa di «sicurezza» per i cittadini, preveda adesso di eliminare questo strumento che, per fare un esempio che non riguarda la corruzione dei politici, ha consentito la condanna di alcune delle più pericolose bande di rapinatori in villa nel Nord Italia, e ancora ieri ha svelato a Milano il destino di pazienti morti in ospedale perché inutilmente operati solo per spillare rimborsi allo Stato. Senza contare (c’è sempre del buffo nelle cose serie) che proprio Berlusconi ben dovrebbe ricordare come un anno fa siano state le intercettazioni, che ora vorrebbe solo per mafia e terrorismo, a «salvare» in extremis da un sequestro di persona il socio di suo fratello Paolo.
Ma il dato più ignorato, rispetto al ritornello per cui «le intercettazioni costano troppo», è che sempre più si ripagano. Fino al clamoroso caso di una di quelle più criticate per il massiccio ricorso a intercettazioni, l’inchiesta Antonveneta sui «furbetti del quartierino». Costo dell’indagine: 8 milioni di euro. Soldi recuperati in risarcimenti versati da 64 indagati per poter patteggiare: 340 milioni, alcune decine dei quali messi a bilancio dello Stato per nuovi asili. Il resto, basta a pagare le intercettazioni di tutto l’anno in tutta Italia.


10 giugno 2008 - www.corriere.it